Chi sono io. Alice


C'è una foto che amo più di tutte.

Mia mamma mi guarda come se sapesse già tutto. Come se stesse già capendo che non sarei stata semplice.

Probabilmente aveva ragione.

Lunedì 16 gennaio 1978. Ore 5.30 del mattino. Un gelido lunedì di gennaio. Era già chiaro che venissi al mondo per farmi notare. Chi nasce alle 5.30 di un lunedì gelido non lo fa per passare inosservato.

Capricorno. Con ascendente Sagittario, per smussare, almeno in apparenza, quegli spigoli da dominatrice del mondo.

I primi anni — figlia unica

Per i primi anni della mia vita sono stata figlia unica.

E lo so che suona come un privilegio — e in parte lo era. Avevo più spazio, più tempo, più opportunità di provare, sperimentare, testare. Di sbagliare senza che nessuno guardasse. Di inventarmi mondi senza dover condividerli.

Poi sono arrivati i miei fratelli. E tutto è cambiato — nel senso più bello del termine. Perché non potrei immaginare la mia vita senza di loro. Non un solo giorno. Ma quella libertà dei primi anni, quella solitudine creativa e curiosa, ha plasmato qualcosa in me che è rimasto.

Forse è lì che è nata la visionaria.

Lea, Brenda e Alfonso

Per tutta l'infanzia ho avuto due incredibili guardie del corpo.

Lea. Un chow chow.
Brenda. Un labrador.

Mi hanno insegnato a camminare — letteralmente. E i sapori della vita. Tipo il Plasmon alla bava di cane, che vi assicuro ha un gusto tutto suo.

Ma c'era anche Alfonso.

Il gatto nero di mia mamma. Un gatto con un nome umano, come si conviene a un gatto che sa di valere quanto una persona. Alfonso era elegante, silenzioso, presente — nel modo in cui sanno esserlo solo i gatti neri.

Oggi ho 48 anni. E il mio gatto nero si chiama Giandomenico.

Coincidenza? No. Destino.

Amo i gatti neri. Amo che abbiano nomi umani. Amo che esistano Alfonso e Giandomenico in questo mondo, a distanza di decenni, a ricordarmi che certe cose non cambiano.

La stanza, il poster e gli elefanti

Nella mia stanza da bambina c'era un poster.

Non un poster normale. Un poster che occupava un'intera parete. Il Libro della Giungla — con gli elefanti in grande evidenza, maestosi, silenziosi, enormi.

Passavo ore a guardarlo.

Non so se è per quello che amo gli elefanti nel modo in cui li amo. Quella devozione totale, viscerale, inspiegabile che ho per questi animali. Forse sì. Forse quel poster ha piantato qualcosa.

Una nota che racconto sempre con un misto di orgoglio e imbarazzo: nel 1996, a diciott'anni, sono andata con la mia famiglia a Euro Disney. C'era Dumbo che ballava con i bambini. Io, già maggiorenne, ho pianto. Perché non ballava con me.

Non mi vergogno. Lo rifarei.

La scrittura specchiata e le suore

A 5 anni sapevo già scrivere. Senza che nessuno si fosse impegnato a insegnarmelo. Forse per questo lo facevo da destra a sinistra — il ricordo ancestrale di un'altra vita vissuta, chissà.

Andavo all'asilo dalle suore.

Quella scrittura con la mano sinistra in senso opposto mi costò preghiere in ginocchio per intere giornate. Le suore non apprezzavano le bambine mancine che scrivevano al contrario. Non apprezzavano le bambine troppo libere, troppo curiose, troppo fuori dagli schemi.

Forse è uno dei motivi per cui per molto tempo mi sono allontanata da Dio.

Che ora ho ritrovato.
In me.
Liberamente.
Senza punizioni.
Senza ginocchia sul pavimento.

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Questa sono io. Prima della poltrona. Prima dei congressi. Prima di tutto.

Una bambina con due cani, un gatto nero, un poster di elefanti e una scrittura specchiata che le suore non sapevano cosa farsene.

Alice Alberta Cittone

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