Di denigrare tutto.
Di boicottare tutto.
Non parlo di politica — lì l’antagonismo è diventato sistema, un meccanismo che si autoalimenta e che ormai considero alla deriva.
Parlo di tutto il resto. Di Festival di Sanremo. Dei traguardi dei colleghi. Di un progetto riuscito. Di una foto pubblicata. Di un risultato raggiunto.
Si respira spesso un’aria pesante: invidia, bisogno di rivalsa, tentativi più o meno velati di sminuire, danneggiare, ostacolare chi sta facendo un percorso diverso dal nostro.
Sia chiaro: non ha nulla a che vedere con il “dover andare d’accordo”.
È naturale non piacersi. È umano avere incompatibilità, screzi, distanze caratteriali. Non siamo fatti per essere tutti amici.
Il punto è un altro.
Perché, invece di proseguire per la propria strada concentrandosi sui propri obiettivi, si sceglie di investire energie nel sabotare l’altro?
A che pro?
Il mondo è grande. Le idee sono molteplici. I colleghi sono tanti.
Qual è il guadagno nel non gioire dei successi altrui? Nel non sostenere un percorso comune? Nel tentare di ridimensionare ciò che semplicemente non coincide con il proprio?
Io osservo.
Ascolto.
Leggo — e leggo molto.
Leggo tra le righe.
Leggo un meme pubblicato in un certo momento.
Leggo le parole non dette.
Osservo i gesti, gli atteggiamenti, il disinteresse nascosto dietro un “ah dai, non lo sapevo”.
Ascolto i discorsi, le paure, le confessioni, le richieste di consiglio.
E nello stesso tempo ascolto le frasi lasciate a metà. Gli sguardi che accompagnano una battuta. Le tensioni che non vengono dichiarate.
Se mi guardo indietro, riconosco qualcosa anche in me.
Ho attraversato anch’io un tempo fatto di invidia, gelosia, piccole macchinazioni mentali. Ero insicura. Spaventata. E soprattutto davo troppo peso alle malelingue, alle voci di corridoio, alla pressione di un’epoca che ci vuole tutti in competizione — perfino su chi pubblica per primo un meme.
Oggi mi chiedo: perché?
Il mondo è fragile. Le guerre sono ovunque. Le persone sono arrabbiate, stanche, disilluse.
In questo scenario, l’unico spazio che davvero possiamo abitare è il qui e ora.
E nel qui e ora possiamo scegliere.
Possiamo scegliere di vivere con serenità dentro tanta disperazione, ipocrisia e apatia.
Possiamo scegliere di sostenere invece di sabotare.
Di gioire delle conquiste altrui invece di rosicchiarle con sarcasmo.
Non è buonismo.
È lucidità.
Perché alla fine — paradiso o no — il tempo che passiamo a vomitare pensieri, parole e azioni contro gli altri non cambia il mondo. Ma cambia noi.
E spesso ci impoverisce.
Sostenere, invece, rafforza.
Condividere moltiplica.
Gioire alleggerisce.
E forse, quando ci guarderemo indietro un’ultima volta, avremo meno rimpianti e meno sensi di colpa.

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