1992. Avevo 14 anni.
Un semplice esame di routine per fare sport.
Un numero fuori posto: globuli bianchi troppo alti.
Da lì è iniziato tutto.
Esami su esami.
Virus. Infezioni. Tumori.
A 16 anni mi testarono perfino per HIV. Non avevo mai avuto rapporti, ma dovevano escludere tutto.
Scintigrafie. TAC. Risonanze.
Esami dolorosi. Invasivi.
E alla fine sempre la stessa risposta:
“Non si sa.”
I globuli bianchi erano altissimi.
Poi scendevano.
Mai normali.
Sempre sopra.
All’università la storia si ripete.
Per entrare a medicina servivano analisi e vaccini.
Mi richiamano tre volte: “La macchina non può sbagliare”.
15.000. 17.000.
Il professore di malattie infettive mi sottopone a una batteria infinita di test.
Risultato?
Boh. Non si sa.
Negli anni, ogni intervento, ogni controllo, ogni pre-operatorio:
“Rifacciamo gli esami.”
Sempre lei, la leucocitosi. Sempre fuori norma.
Una sola volta arrivai a 25.000.
Lì sì, c’era una causa: diverticolite con microperforazione intestinale.
E nessuno, in anni di TAC ed ecografie, si era accorto né della diverticolite, né dell’endometriosi.
Ma questa è un’altra storia.
C’è però un dettaglio che oggi pesa.
Io fumavo.
Dal 1992.
Fumatrice forte.
Sigarette sempre disponibili in casa.
Stecche di Marlboro ovunque.
In 33 anni.
Centinaia di medici.
Migliaia di analisi.
Nessuno. Mai.
Si è soffermato seriamente sul fatto che fumassi.
2024.
Globuli bianchi a 19.000.
C’è un’infezione urinaria, la trattiamo.
Ma i valori restano alti: 17.000 – 18.000.
Gastroenterologo, ginecologo, medico di base:
“Serve l’ematologo.”
Nel pubblico avrei avuto la prima visita ad agosto 2026.
Decido di andare privatamente al San Luigi.
Per la prima volta un medico si siede, guarda TUTTA la mia storia clinica (che conservo dal 1992) e dice:
"Dobbiamo fare un’indagine genetica.”
Faccio test genetici importanti. Costosi.
Risulto negativa a molte mutazioni.
Ma positiva proprio a quella che lui sospettava.
Mi spiega:
Non è rarissima.
Può essere congenita.
Oppure può essere favorita da infiammazioni, virus, inquinamento…
E in alcuni casi da una forte suscettibilità al fumo.
Decide: biopsia del midollo.
11 dicembre 2025.
Non lo dimenticherò mai.
Ero terrorizzata.
Degli aghi. Del dolore. Del risultato.
Tanto che per farmi un semplice prelievo venoso mi fecero 8 buchi.
Metà reparto con l’influenza.
Computer in tilt.
Il mio medico assente.
Io lì dalle 7 del mattino, in attesa.
Arriva un altro ematologo.
Si siede sul mio letto.
“Mi hanno detto che ha molta paura.”
Avevo i lacrimoni.
Lui mi dice una cosa che mi cambia la vita:
“La mutazione c’è. Non possiamo farla sparire.
Ma io sono fortemente convinto che la causa delle oscillazioni sia il fumo e l’inquinamento.
Sull’inquinamento possiamo fare poco.
Sul fumo no.
Le chiedo di provare a smettere e rifare gli esami tra due mesi.
Possiamo avere la risposta senza fare il midollo.”
Esco l’11 dicembre 2025.
E non accendo più una sigaretta a combustione.
Gli chiedo: “Posso usare un dispositivo senza combustione?”
Mi risponde: “È già un passo avanti.”
Dopo 60 giorni.
Da 17.000 a 11.000.
Un valore che io, dal 1994 a oggi, non avevo MAI avuto.
Mai sotto i 13.000. Neanche nei periodi migliori.
Vi racconto tutto questo per due motivi.
Il primo è la gioia.
La gioia di aver evitato un ago nel midollo.
La gioia di aver trovato un medico che si è fermato a ragionare.
La gioia di aver scoperto che il mio corpo risponde.
Il secondo è per noi.
Per noi professionisti.
Quante volte diciamo al paziente:
“Deve smettere di fumare.”
E basta.
Forse a volte dovremmo dire:
“Proviamo.
Facciamo un test.
Vediamo cosa succede ai suoi valori.”
Perché quando il paziente vede un numero cambiare,
quando vede un esame migliorare,
non è più teoria.
È realtà biologica.
Io pensavo che sarebbe stato terribile smettere con la combustione.
Invece no.
Non mi è pesato come credevo.
E i miei esami dimostrano che il mio corpo ringrazia.
33 anni.
Una risposta è arrivata solo quando qualcuno ha collegato i puntini.
A volte non serve un esame in più.
Serve una domanda in più.
E quella domanda, oggi, ha cambiato la mia vita.

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